martedì 3 novembre 2015

Something evil has come home... La Fucina presenta: S.P. MISKOWSKI

   La vecchia sospirò. Guardò la ragazza negli occhi.

«C’è malvagità, Marietta, nera come la notte. Ci sono cose cattive, e se le tocchi, capiscono chi sei. Loro sanno dove trovarti, ora» 







Quando un libro ti assorbe del tutto, quando leggi la sera e non riesci mai a smettere anche se crolli dal sonno, quando la mattina dopo hai tutte quelle immagini, quei personaggi in testa, quando rivedi le ultime scene lette, quando insomma sei completamente haunted, be’, per me significa che quel libro ha fatto centro. E avere la possibilità di conoscere meglio la sua autrice, leggere le sue interviste rilasciate in altre occasioni e avere la fortuna di porle le domande che ti nascevano durante la lettura è la quadratura del cerchio. 


S.P. Miskowski è una scrittrice americana che vive in California. È possibile leggere i suoi racconti, già pubblicati o in uscita, sia nelle riviste Black Static, Supernatural Tales, Other Voices, e Identity Theory, che nelle antologie Cassilda’s Song, October Dreams II, Detritus, Little Visible Delight, The Hyde Hotel, e The Leaves of a Necronomicon.



Il libro che ho scelto di sottopporre alla vostra attenzione s’intitola Knock Knock, pubblicato nel 2011, primo di una serie di quattro, tutti editi dall’interessante casa editrice Omnium Gatherum e tutti inediti in Italia. I primi due libri di questo ciclo sono risultati finalisti del prestigioso Shirley Jackson Awards. S.P. Miskowski ha inoltre ricevuto lo Swarthout Award in Writing e due borse di studio dalla National Endowment for the Arts.

Knock Knock è un libro che mi ha fatto pensare molto. Ho cercato di analizzarne i motivi e ho capito il perché: S.P. Miskowki affronta con grande maestria aspetti importanti legati alla natura umana, in particolare alla messa in luce della zona più oscura che abita in primis nel cosmo femminile, ma più in generale in ognuno di noi, che ci spaventa ma allo stesso tempo ci affascina, e riesce a farlo con profonda empatia, capacità che indubbiamente le è propria.

S.P. Miskowki restituisce dei personaggi assolutamente reali attraverso uno sguardo attento alla realtà americana contemporanea. Questi personaggi sono poi immersi, come da buona prassi del genere horror, in situazioni destabilizzanti e posti a contatto con fenomeni di carattere soprannaturale.

Detto ciò, le prime domande che vorrei porre all’autrice riguardano quegli aspetti più ampi entro cui il romanzo è inscritto.



L.S.: In che misura Knock Knock parla della società americana di oggi e in che  misura di temi universali?


S.P.M.: La mia prima intenzione era raccontare la storia che si sviluppava nella mia immaginazione. Ogni giorno, nella mia mente, osservavo la vita e le persone che vivevano in questa città, prendendo nota su tutto. Volevo essere fedele alla storia così come si formava sulle pagine. Una volta che la bozza era pronta e potevo esaminarla facendo un passo indietro, sono cominciati ad emergere determinati temi. Più che temi forse, certe questioni sono diventate evidenti, e nelle revisioni successive del libro ho scelto di mettere in risalto quegli aspetti. I temi di Knock Knock – i continui misteri dell’identità, della famiglia e della perdita – sono universali, e sono combinati con una specifica ambientazione immaginaria all’interno di un paese vero. Le mie esperienze e quelle dei miei amici ispirano quell’ambientazione in modo naturale e (spero) non didascalico. Ma quello che desidero è raccontare una storia così come la immagino: un viaggio strano e misterioso e, forse, anche spaventoso.



L.S.: Che cos’è l’orrore per S.P. Miskowski?



S.P.M.: Dolore. L’orrore primo è la perdita. Non il nostro essere mortali, che è spaventoso quanto basta, ma la caducità di coloro che amiamo.  La prospettiva di perdere le persone cui teniamo ci spinge a commettere gesti disperati, sempre che non troviamo un modo per accettarla. E l’accettazione in sé è terribile. Accettare la perdita distrugge una parte di noi.



Ma entriamo nel vivo.



Per cominciare, ho scelto di tradurre l’inizio del primo capitolo.





Le ragazze



All’inizio, l’incantesimo non era altro che un gioco inventato da delle ragazzine.  Per quanto ne sapessero, riguardava solo loro tre. Non immaginavano che quello che stavano facendo quel pomeriggio potesse importare a qualcun altro.

Per la maggior parte dei grandi di Skillute, Washington, alla fine degli anni Sessanta, pochi eventi superavano in importanza il lavoro di tutti i giorni, la messa della domenica e la confezione da sei del fine settimana. La possibilità che un giorno sarebbero entrate a far parte di questo mondo di adulti placidamente infelici provocava nelle tre ragazze il forte desiderio di avventure fini a se stesse.

Erano goffe, esili, di altezza media e di circa undici anni e mezzo. Se ne uscirono con l’idea di fare un giuramento per non avere figli dopo che un’altra ragazzina, con la madre in attesa di due gemelli e oltre il termine, aveva riferito alcuni dettagli umilianti sulla gravidanza mentre sedevano scomposte nella penombra dell’ultima fila in classe, durante la proiezione di un filmato di igiene personale.

«E’ da due settimane che mamma non si schioda dal divano. Se ne sta lì tutto il giorno ad ansimare».

La ragazza simulò una malfatta presa di fiato.

«La nonna le porta dei cubettini di ghiaccio inzuppati di Budweiser».

«Perché?», chiese Ethel.

A raccontare era una ragazza povera, col vestito di cotone verde a scacchi, logoro al bavero e ai polsini. A ogni domanda, sogghignava prima di dispensare un altro frammento di verità, gustandosi il turbamento del suo pubblico.

«Ferma il dolore quando le gengive della mamma sanguinano. Diventano così infiammate che si spaccano e la sua bocca si riempie di sangue. Allora deve sputare in una tazza».

«Disgustoso», sussurrò Beverly.

«Non fa altro che piangere e dire alla nonna che questi gemelli sono una maledizione e che, se potesse, eliminerebbe quell’uomo da Wenatchee».

La ragazza raggrinzì il naso. Alzò le mani a formare un cerchio aperto intorno al collo.

«Le caviglie della mamma sono larghe così. Non riesce a dormire la notte, e non può mettersi le scarpe perché i suoi piedi sono tutti gonfi».

La signora Coffey zittì la classe dal suo angolo buio in cima alla stanza, vicino alla lavagna. Alcune sagome si muovevano irrequiete nella luce tremolante del proiettore. Le ragazze sprofondarono dietro i loro banchi.

«I capelli continuavano a caderle fino a che non è diventata calva tranne che per una chiazza di lato».

«Ma le sono ricresciuti?», chiese Beverly.

«Sì – rispose la ragazza – ma ora ha anche i peli sulla pancia, come quelli sulla pancia dei cani».

«No!», esclamò Ethel.

La ragazza annuì: era tutto vero.

«La nonna li rasa via, ma ricrescono più duri ogni volta».

«Non ho mai sentito una cosa del genere», disse Beverly.

«Il dottore ha detto che è piuttosto normale», le informò la ragazza.

A quel punto Ethel e Beverly si girarono verso Marietta. Sua zia era una levatrice e cartomante. Attesero fino a che Marietta non prese la decisione di parlare.

«Ad alcune donne incinte crescono i peli in posti in cui non li avevano mai avuti prima», disse solennemente. «È vero».

Un brivido attraversò il gruppetto. Si girarono tutte verso lo schermo in cima alla classe, dove una giovane donna con i codini stava mostrando quale fosse, per una signora, il modo più appropriato di lavarsi le mani in un bagno pubblico.



La conversazione ebbe i suoi effetti sulle tre ragazze. Più tardi quel giorno, durante la pausa pranzo, Beverly annunciò:

«Non ho nessuna intenzione di avere dei peli sulla pancia. Non è nemmeno umano».

Tirò su col naso sdegnosa, e iniziò a giocherellare con il suo braccialetto, rigirando ogni ciondolino fino a che tutti i trifogli colorati fossero a faccia in su. Il braccialetto dava risalto a ogni singola passata di smalto rosa applicata sulle unghie.

«Siamo spacciate», disse Ethel.



Il libro si apre così, con queste tre ragazzine sconvolte dagli “orrori” della gravidanza, ormai oltre il termine e, come se non bastasse, di due gemelli. S.P. Miskowski ci porta subito dritti nella cittadina di Skillute che non ha apparentemente nulla di fittizio: è una cittadina della PNW (Pacific Northwest, il nord ovest degli Stati Uniti che si affaccia sul Pacifico), siamo negli anni Sessanta, la vita scorre placida e secondo uno schema semplice e rassicurante: il lavoro, la messa la domenica, la birra concessa il fine settimana. In queste poche righe cogliamo un micromondo, visto attraverso lo sguardo finemente ironico della scrittrice, un mondo in cui appare subito chiaro come si debba comportare una signora. Perché altrimenti le conseguenze possono essere… disumane. Grazie a brevi pennellate descrittive, S.P. Miskowski ci ha già detto molto sicuramente su due delle protagoniste: Beverly e Marietta. Beverly la sofisticata, Marietta la saggia, benché la sua conoscenza del mondo le arrivi da un’oscura figura, la zia Delphine Dodd, in questo libro brevemente introdotta, ma che sarà protagonista poi del secondo romanzo (novelette ad essere precisi) del ciclo di Skillute. Ed è assolutamente vero quello che dice Ethel alla fine del passo tradotto: il loro destino è segnato. Non vi sarà alcuna possibilità di salvezza.

Inizio dunque apparentemente semplice, ma in realtà potentissimo, che ci dice molto sulla capacità di narrare della scrittrice, sul suo dono speciale di rappresentare in maniera più che vivida i suoi personaggi, e sulla sua serpeggiante vena ironica.



A questo punto le tre ragazze devono trovare un modo efficace per non correre rischi di avere figli in futuro. Decidono di usare uno degli incantesimi di Delphine Dodd, suggellandolo con il loro sangue. Non resta che individuare il luogo adatto. Si dirigono verso il bosco, ed è proprio qui che sono ambientate le numerose storie su Miss Knocks, la terribile strega che dà la caccia ai bambini destinandoli a una morte atroce. Tutti conoscono queste leggende a Skillute. Dopo il solenne giuramento, succede però qualcosa d’inaspettato. Scoppia un forte temporale che genera un incendio. Rapidamente le fiamme si propagano intorno a loro e, cercando di spegnerle con i piedi, le ragazze smuovono qualcosa che era sepolto sotto terra. Ethel e Marietta fissano quella che



[…] era senza alcun dubbio una sottile mascella incenerita che sporgeva dal terreno nel punto in cui Ethel aveva cercato di spegnere il fuoco. Come minuscole scheggie di ematite, alcuni denti umani storti si protendevano dall’osso. Ethel e Marietta rimasero immobili.



Veniamo all’ambientazione. La storia, come si diceva, ha inizio negli anni Sessanta nella cittadina di Skillute.



L.S.: In Knock Knock hai usato un espediente tipico del genere horror: l’ambientazione in una piccola città in cui serpeggia qualcosa di malvagio, richiamato in vita per errore e che ben presto si rivelerà letale non solo per i personaggi principali. Poteva esserci il rischio di ricadere nei classici stereotipi, ma non è stato il tuo caso.  Che cosa hai fatto per evitarlo?



S.P.M.: Be’, spero di aver evitato la maggior parte dei cliché. Se sono riuscita a farlo è perché, probabilmente, non ho scelto questa specifica ambientazione per la sua bellezza rurale o come sfondo idilliaco di fantasia. Ho analizzato le sfide che una comunità come quella di Skillute lanci a coloro che, per via del proprio comportamento o dei propri interessi, non rientrano nella comune norma sociale.



Fino a che partecipi alle attività approvate e condivise da tutti, hai diritto a far parte di un luogo come Skillute. Ma per una donna non interessata a una vita come questa, l’appartenenza ha un caro prezzo. Come si può stare in un posto in cui si nasce senza sapere esattamente come fare per andarsene? La propria identità viene sempre in qualche modo compromessa per fare parte di una qualsiasi comunità, ma quella di Skillute è particolarmente angusta nelle sue prospettive.



Ho cercato di esaminare il modo in cui tre amiche fanno gruppo per via del loro essere diverse e per alcune vaghe ambizioni giovanili in comune, e il modo in cui poi modificano i propri sogni, man mano che crescono, per riuscire ad inserirsi. Restano nella cittadina in cui sono nate senza mai però sentirsi a loro agio. E, dopo molti anni, si accorgono di essere perseguitate da qualcosa che è molto più di un giudizio dei loro vicini, qualcosa forse di soprannaturale e di cattivo.



L.S.: Skillute, la cittadina che hai creato, è uno dei personaggi principali del libro. C’è forse un luogo reale che ti ha fornito l’ispirazione? E pensi sia possibile ambientare la tua storia in un altro paese?



S.P.M.: Skillute è un insieme di piccole città sud-occidentali dello stato di Washington e presenta alcuni dei settori industriali di quell’area: quello del legname, dell’attività estrattiva e di quella agricola. Ho cercato di tracciare dei verosimili cambiamenti economici nel corso degli anni, e di descrivere il modo in cui questi cambiamenti hanno influenzato la comunità. Sì, credo che la storia possa essere ambientata in un’altra località semi-rurale con un’analoga sorte di alti e bassi, un luogo in cui le alternative sono in qualche modo limitate e l’ambizione è scoraggiata.



L.S.: Marietta, Beverly e Ethel: figure del romanzo, naturalmente, eppure così vere. Le osserviamo crescere, e la descrizione delle loro angosce, dei loro pensieri, dei loro sogni – persino dei loro impulsi più oscuri – è così realistica, così vivida. Ci sembra di conoscerle davvero. Puoi dirci qualcosa su questi personaggi? Hai qualche preferenza?



S.P.M.: Marietta è una ragazza strana. I suoi compagni la evitano perché vive con una zia che, si dice, è in contatto con l’occulto. Marietta desidera essere comune, libera da tutto quello che ha imparato come assistente di sua zia. È tormentata dal suo retaggio, che resta quasi segreto per la maggior parte della sua vita. Riusciamo a coglierne qua e là qualche traccia. Solo crescendo Marietta capirà meglio il suo dono e sarà così in grado di usarlo meglio.



Beverly è la più egocentrica delle tre. Ha ben chiaro quello che vuole, ma è anche insignificante. Le sue ambizioni sono minate dall’ignoranza. Sogna di essere portata via ma non c’è nulla di romantico nel suo mondo. Si circonda di abiti e accessori bellissimi, come di una barriera. Ridecora la sua casa senza fine, mai soddisfatta del risultato.



Ethel è una ragazza timida, intimorita dalla madre. La sua vita privata è squallida, e ne è consapevole. Ho voluto vedere come Ethel avrebbe trovato la felicità e come si sarebbe costruita una vita per conto proprio, senza aver avuto le giuste basi da picciola. È tormentata dall’assenza di affetto. Questa cosa l’ha segnata, ne prova vergogna. La prima volta che incontra qualcuno di simile a lei lo sposa. Ethel vuole un’identità che non le giunga da qualcun altro.



Non saprei dire quale dei tre sia il mio personaggio preferito. Io cerco di dare una voce e una storia a ognuno, quindi provo una naturale simpatia per tutti.

FINE PRIMA PARTE

3 commenti:

  1. Questo è decisamente il mio genere, ma adesso temo che dovrò aspettare troppo prima di leggere il romanzo integrale! Esistono dei libri già tradotti in italiano?
    Uno sguardo realistico e fortemente psicologico sulla società e l'orrore che si insinua tra le crepe della quotidianità... io non so immaginare niente di più interessante...
    Grazie cara Fucina per avermi fatto fare questa conoscenza!

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  2. Grazie a voi! Anche io credo sia un libro molto interessante, spero davvero di riuscire nell'intento, ovvero tradurlo e vederlo pubblicato anche qui in Italia perché è assolutamente inedito.

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